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L’amore ai tempi del rancore - primo appuntamento, 18/2/2010
22 febbraio 2010 alle 15:5
Viviamo in un’epoca rancorosa. È raro ormai sentir dire a qualcuno “io non porto rancore”, o sentirglielo dire e capire come fa. Al contrario, ogni offesa ci provoca risentimento e ci ritroviamo pieni di rabbia verso coloro che ci hanno offeso o da cui ci riteniamo offesi. Ecco perché ogni giorno che passa siamo sempre più acidi e biliosi verso gli altri: perché il rancore non è altro che l’acidità a cui allude il verbo latino rancere che significa pressappoco inacidire.
Solo l’amore, amare qualcuno o essere amati da qualcuno, sembra essere in grado di addolcirci. I più sensibili, e talvolta i bambini, se ne accorgono subito: “Sei meno arrabbiato, c’è qualcosa di gioioso nel tuo sguardo: sei di nuovo innamorato!”
Siamo tentati di dedurne che se l’amore felice ci guarisce dal rancore, sarà l’amore infelice una delle sue principali cause. L’esperienza però ci induce a distinguere: l’amore che non comincia perché non corrisposto o perché impossibile produce malinconia o umiliazione; è l’amore che finisce, l’essere lasciati quando ancora si ama, l’essere abbandonati, che produce rancore. In tutti? Non in tutti. Solo in coloro che non hanno imparato a riconoscere all’altro il diritto di lasciare l’amato e perciò non hanno imparato ad essere lasciati. Ecco individuato il nucleo dell’educazione sentimentale propria di ogni epoca. Come veniamo educati nella nostra epoca sul punto del lasciare e dell’essere lasciati? Ad amare non dando il diritto a chi sta con noi di andarsene quando vuole o considerando una colpa lasciare l’amante o non sapersi tenere l’amato, dato che l’amore deve essere per sempre!
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1 Commenti a "L’amore ai tempi del rancore - primo appuntamento, 18/2/2010"
- 14 maggio 2010 alle 12:8 postato da Moroni Franca
Sono persona che generalmente difficilmente porta rancore. Anzi, tendo a mettermi all'esterno di una situazione e a vederne gli aspetti di difficoltà degli altri che hanno portato a un risultato finale a me non grato.
Tendo a cercare nei processi la giustificazione di quanto accade.
Pure uno psicoterapeuta mi ha detto che questo non è affatto sano che a fronte di atti oggettivamente lesivi nei miei confronto dovrei imparare a reagire e a difendermi.
Tutto ciò mi pare contrasti un poco con quanto scritto nel saggio che ho letto or ora manche con i contenuti di una nota opera del Prof. Giacobbe.
Tutto ci dovrebbe scorrere e non tangere riconoscendo agli altri il diritto di agire secondo le loro emozioni interne.
Trovo in ciò un contrasto oppure non vedo un livello diverso di sintesi?
Si può tracciare una linea di demarcazione fra diritti psicologici dell'altro e oggettive soffrenze inflitteci?