Aiuto psicologico in situazioni di crisi
L’Istituto di Tanatologia e Medicina Psicologica di Bologna promuove, da ormai 20 anni, la ricerca, la formazione e l’assistenza nel campo dell’aiuto ai morenti ed ai loro familiari in lutto.
Negli anni l’attività del centro si è ampliata fornendo sostegno psicologico a persone in situazioni di crisi, separazione e lutto. Sono nate così la Clinica della crisi e l’Associazione Rivivere che declinano la loro attività in numerose iniziative di supporto psico-sociale, molte delle quali disponibili gratuitamente. Si tratta di un insieme di interventi di counseling e di aiuto psicologico che permettono alle persone di affrontare e superare la crisi in maniera effettiva.
L'approccio teorico e clinico seguito deriva dall'esperienza e dalle ricerche del Prof. Francesco Campione.
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Femminicidio: il senso di vendetta e il bisogno di una cultura del perdono
20 maggio 2013 alle 16:02
Vorrei continuare a riflettere sul cosiddetto femminicidio a partire da una notizia del 5 maggio scorso (Corriere di Bologna pag.5): il consigliere comunale della Lega Nord Lucia Borgonzoni si chiede se non sia più civile uno Stato che invece di toglierla infligga la pena di morte a chi toglie la vita ad un innocente. La notizia ha ovviamente innescato un mare di polemiche (lo stesso capogruppo leghista Bernardini si è detto contrario alla pena di morte), ma non è su questo che mi interessa soffermarmi. Ciò che mi colpisce è invece l’alto numero di favorevoli alla proposta tra coloro che l’hanno commentata in rete. E mi colpisce perché corrisponde alla reazione della maggior parte di coloro che assistiamo per l’elaborazione del lutto come “Progetto rivivere” (Servizio di aiuto psicologico gratuito alle persone e alle famiglie in lutto). Infatti, molti di coloro che hanno perso una persona cara per “colpa” di qualcuno (uccisi in una rapina o per aver lasciato qualcuno, travolti da un automobilista ubriaco, suicidi in seguito ad un’insopportabile umiliazione, etc.), dicono che “li vorrebbero morti” e la loro rabbia li porterebbe in molti casi a vendicarsi secondo l’antica legge del taglione (“Occhio per occhio,dente per dente”). Per fortuna nella maggior parte dei casi non lo fanno, ma resta in loro un desiderio di vendetta che fatica ad essere tradotto in pene giuste, come mostra l’insoddisfazione frequente delle vittime per l’esito dei processi. Si tratta di una delle impasse più gravi del vivere civile, destinata ad alimentare tante forme di violenza. Quante persone quando subiscono un torto rischiano di diventare più violente dei loro carnefici a causa della rabbia che hanno accumulato per altri torti rimasti senza giustizia? Tornando al femminicidio, ci sono persone (più uomini che donne) che accumulano nel corso della loro vita una serie di rifiuti “amorosi” e sembrano acquetarsi quella volta che qualcuno sembra amarli compensandoli di tante umiliazioni. Queste relazioni “compensatorie” possono entrare in crisi perché si chiede loro troppo più di ciò che possono dare, e allora tutta la rabbia di una vita si trasforma in impossibilità di accettare il rifiuto e può sfociare in una violenza più o meno omicida (anche lo sfregio è spesso “omicidio dell’identità”). L’impasse è dovuta alla difficoltà di essere “giusti” cioè di ricompensare il danno con una pena veramente “giusta”. È il limite della giustizia umana che ci fa desiderare una giustizia divina, e che ha fatto dire al filosofo Derrida che la giustizia è qualcosa di “incalcolabile”. L’uomo conosce da sempre, ma la pratica poco, un’altra logica diversa da quella del calcolo, la logica del dono, che invece di perseguire la Giustizia persegue il Bene. Il per-dono sarebbe la soluzione dei rifiuti amorosi: tu non mi ami e mi “uccidi”(-non vivo più –dicono molti non amati) ma invece di trasformare il mio amore in odio e ucciderti veramente, ti per-dono, non voglio niente in cambio del mio amore, continuo a dartelo gratuitamente e disinteressatamente. E la rabbia e il dolore del rifiuto? Continuerò per sempre ad accusarti per avermi rifiutato, ma senza condannarti, perché ti amo, cioè perché voglio il tuo bene nonostante il male che m’hai fatto affermando il tuo diritto di non amarmi. Come riuscirci è naturalmente molto difficile e qualcuno dovrebbe insegnarcelo con l’esempio lungo tutto il corso della nostra educazione.
Francesco Campione (Corriere della Sera, 14 maggio 2013)